Non ci sei più.
Non capisco quanto sia grave e se lo sia; non lo so.
E’ strano però osservarmi in questi momenti in cui in piena città, in mezzo al traffico, mi ritrovo in un prato verde e la mia mente, come una penna, scrive e descrive episodi passati in cui tu sei la protagonista.

Forse avrei dovuto venire con te quando ancora avrei potuto; non capivo però, e poi chi se lo sarebbe immaginato che per capirci qualcosa, per iniziare a intravedere lo spessore della vita, ci sarebbe stato bisogno del tuo viaggio?.. Come facevo a saperlo?
“Pensare sempre a se prima che agli altri”; ecco cosa dicevi sempre, e ci tenevi a sottolineare come questa fosse l’azione più altruista che uno potesse fare.. Ma non lo capivo allora e non lo capivo nemmeno quando di colpo sei partita, anzi tutto mi sembrava più difficile, oltre al pensiero che, insomma, non potevi poi aver sempre ragione tu!
Allora sai cos’ho fatto? Ho continuato a camminare, cercando la mia strada e osservando il mondo da una prospettiva diversa: nuovi colori, più leggerezza, meno domande e vecchi pensieri e un giorno, senza nemmeno rendermi conto dell’istante esatto, ho capito: come faccio a far star bene gli altri se non sto bene io per primo? Ecco qual’era il significato profondo delle tue parole..
Avevi ragione tu, ancora una volta!

Ogni tanto mi chiedo dove tu sia e ti immagino nel tuo prato verde a scrivere su un foglio bianco.. Molto romantico devo dire, davvero, molto romantico!
Torniamo al fatto che tu non ci sia più, perché tutto inizia lì.
“La felicità è reale solo se può essere condivisa”.
E’ la frase più importante del film “Into the wild”, scritta su un foglio a un passo dalla morte, a conclusione del viaggio di Emil Hirsch (attore bravissimo quanto a me sconosciuto fino a questa interpretazione).
Il film racconta la storia vera di Christopher Mc Candless, un ragazzo che finita l’università decide di non intraprendere la strada che la sua famiglia aveva pianificato per lui, ma di viaggiare nel mondo per raggiungere infine l’ Alaska.

E’ un viaggio bellissimo alla ricerca di se stesso, attraverso la natura, il lavoro e lo sforzo fisico, la conoscenza di persone apparentemente diverse da lui con le quali però riesce ad instaurare rapporti profondissimi, probabilmente perché anche loro alla ricerca di qualcosa.
Nonostante sia uno dei miei film preferiti, il mio viaggio mi ha portato a pensarla in maniera diametralmente opposta.
Cito testualmente, anche se non ricordo l’autore: “La felicità reale è solamente quella che non ha bisogno di essere condivisa”.
Ognuno di noi è alla perenne ricerca di qualcosa, te ne sei mai accorta?
Che sia un obbiettivo minimo, una meta dopo le vacanze, una Giulia qualsiasi, un lavoro migliore, un luogo più tranquillo o una città dove scatenarsi; l’importante è avere un obbiettivo lamentandosi del presente per poter dare un nome al dolore che abbiamo dentro e farlo diventare quindi “normale”, giustificato.

Credo che non sia vero che si viaggi solamente per trovare qualcosa o se stessi; penso invece che spesso si viaggi proprio per non trovarsi e che si ascolti un po’ tutto per non ascoltarsi, non sei d’accordo?
E’ inutile far finta di niente o reprimere ciò che sentiamo davvero; il discorso è che in questo modo ognuno di noi, chi più chi meno, almeno una volta, ha pensato di giustiziare la persona che quel giorno, in quella determinata situazione, si è frapposta tra lui e il proprio dolore, scatenando reazioni spesso incontrollabili, di cui non ci credevamo nemmeno capaci.
Siamo poi sedati dai sensi di colpa, quelli che per tutta la vita ci logorano il fegato, che in queste situazioni però ci salvano.
E’ strano no? Pensare a quelle reazioni, a quei ragionamenti da fuori di testa quando si è tornati tranquilli.. superficialmente tranquilli.. “Ma come ho potuto reagire in quel modo?” E poi, il giorno dopo in macchina, se quello davanti non parte appena scatta il verde torniamo nel vortice e ci trasformiamo nuovamente..!
Del resto la letteratura insegna, “Dott. Jackill e Mr Hide” che mi avevi fatto leggere tu, è la rappresentazione perfetta della doppia faccia, della doppia personalità, di questo mostro che abbiamo dentro; “Uno nessuno e centomila”, per fare un esempio di una prospettiva differente, è un’ opera sulle innumerevoli sfaccettature con cui gli altri ci vedono..
Senza però dilungarmi e perdermi tra romanzi e grandi scrittori, ti faccio un esempio terra a terra, ti parlo di Giacomo.
Giacomo (tu non lo conoscevi e mi dispiace perché è un vero personaggio, ne sarebbe valsa la pena) ma pensalo poverino nella clinica nascosta dove si è rifugiato per curarsi e purificare la propria anima, cambiare identità, rimediare il proprio passato..
Vediamo, come avrà cominciato..? “Buon giorno a tutti, sono Giacomo” “ciao Giacomo” “ho iniziato a gonfiare le storie senza pudore all’età di quattordici anni e ho continuato a giocare con la mia immaginazione.. Ed eccomi qua”
Giacomo è, come molti di noi, un camaleonte sociale con accezione negativa, una bestia feroce fra senatori e un bambino indifeso fra gladiatori per usare una bella metafora.
Ha sempre vissuto in funzione di essere guardato, inventando storie nelle peggiori delle ipotesi o gonfiandone altre nella normalità.
Del resto perché Giacomo è andato a farsi curare? Probabilmente perché durante il suo viaggio non si sentiva più “giusto” per questa società.. Ma ti ricordi i nostri discorsi..? Chi decide cosa voglia dire essere giusto? Chi? Uno sempre buono e leale che conceda perdono in ogni occasione, che non guardi porno, mangi verdure come contorno e che magari non beva e non fumi?
Bravo, niente da dire, ma perché giusto o sbagliato? Diciamo diverso al massimo, anche se poi lì si scatenerebbero i razzisti..
E’ indifferente per me, tanto tra qualche anno troveranno quello che decideva cosa fosse giusto e cosa sbagliato con 4 trans e 10 grammi di bamba in un appartamento e lo scopriranno perché un nuovo “giudice” si sarà fatto avanti e avrà sentito il bisogno di puntare il suo dito (o comunque ne avranno sentito il bisogno i possibili giudicati, quelli che tutti i giorni si sentono il peso di doversi comportare in una certa maniera perché la società lo richiede).
Ma poi andare a trans è “sbagliato”?

Il succo della questione è che abbiamo sempre bisogno di un capitano da incolpare, di una Giulia da conquistare (per riallacciarmi al discorso), che rappresenti un problema, una sofferenza nel primo caso, una meta nel secondo, che ci permetta comunque di non sentire il nostro dolore.. Per semplificare con un esempio: “Ma perché Dio mi hai fatto questo?”
Stavo dicendo qualche riga fa parlando delle reazioni più incredibili .. che strano..
Ma del resto.. quante cose sono strane a questo mondo? La lista potrebbe essere quasi infinita, cito pochi casi e non i più eclatanti: i fumatori come me per esempio; non mi dite che esiste un fumatore a cui è piaciuta la prima sigaretta! Io spesso mangio qualcosa per farmi venire voglia di fumare! Oppure comprare il pacchetto da dieci.. Come disse un giorno un tabaccaio vecchio stampo in Viale Premuda ad un ragazzo prima di me che gli aveva chiesto il fatidico pacchetto da dieci: “Ma perché, domani non fumi?”.. Splendido!
Oppure le code al supermercato dove la dolce vecchina ti fotte clamorosamente il posto perché tu eri completamente immerso nella tua ansia di non ricordare il codice bancomat dato che non hai contanti e pensi che se solo te l’avesse chiesto l’avresti lasciata passare volentieri… Ma poi quando te lo chiedono un po’ ti scoccia.
Il fatto di non trovare mai le chiavi al primo colpo pensando di averle perse per poi scovarle dopo tre bestemmie; oppure la domanda.. Ecco, questa è bellissima: “Avrò chiuso la macchina?”.. E’ chiusa 9 volte su dieci e questa percentuale perché te la rubino deve intrecciarsi e combaciare con la probabilità che un ladro passi di lì in quel periodo di tempo….!Forse è più probabile vincere 4000 euro al mese con il nuovo giochino, quello che ti dicono di giocare perché la giocata minima costa solo 1 euro, solo che ne fanno una all’ora..!
Tutte le mattine del “giorno dopo”, ah non sono strane quelle? Quando giuro di non farlo mai più, giuramento che fluttua nello spazio non appena si ripresenta la serata giusta.. (o sbagliata, a seconda dei punti di vista)
Ancora: ascoltare consigli amorosi di persone come Andrea che l’ultima volta che aveva creduto in una storia, e ci aveva creduto davvero, aveva finito.. come dire..? In bellezza?
Sembrava un film.

Per mesi hanno fatto qualche comparsata giusto per farsi vedere vivi dagli amici, ti ricordi?
Ecco, la storia tra Andrea e Claudia, ora che ci penso, riassume il 99% dei rapporti.
Allora pronti via due mesi di sesso sfrenato alla “nove settimane e mezzo”: sul divano, in bagno, a casa di amici, dei genitori, sul tavolo della cucina, per terra(non credo nel sottopassaggio della metropolitana, ma non posso mettere la mano sul fuoco!).. Dal terzo mese in poi effusioni dolcissime in qualsiasi momento della giornata, quelle che dagli “esterni” sono considerate da ebeti tipo “amore oggi sei bello come il sole” o frasi come in Manuale d’amore “amorino hai chiuso la finestrina? Si amorino, è chiusina chiusina” (non la ricordo esattamente ma il senso è quello).
Dopo di che, non si sa perché, uno inizia ad accudire l’altra e viceversa come se fossero fiori che hanno bisogno di essere bagnati, avvolgendo il partner nel proprio mondo. Il culmine di questo periodo è quando i due sembrano bambini rispettivamente di 3 e 5 anni che solitamente coincide con il fatto che lei non faccia più pompini per sua decisione o, peggio ancora, per decisione di lui che, da quella che considera la donna della sua vita, non vuole più pompini..Mah..
Comunque sia, dalla storia apparentemente perfetta ecco dietro l’angolo la “tragi-commedia”: dopo alcuni mesi di incomprensioni e litigi per banalità, Andrea, il ragazzo splendido, il principe azzurro che 9 ragazze su 10 sognano dai 5 anni in poi, si, quel dolce Andrea signore e signori tenetevi forte..si è scopato la migliore amica di Claudia.
Giuro! Gli sarà tornata voglia di un bel pompino mi dirai tu, ed io sono d’accordo sul semplificare la cosa in questo modo.. Lui ha sostenuto invece, ovviamente tormentato dai sensi di colpa e attanagliato da un remoto desiderio di togliersi la vita, che lei non c’era stata nei momenti di vero bisogno..
Andrea.. Ma vaffanculo dai, piantala di fare il chierichetto moralista e accettati per quello che sei..
E in tutto questo sai quanto ci ha messo Claudia a riprendersi da questo colpo che sembrava le avesse spento il cervello dalla scossa che le era arrivata?
Un week end.
Un week end.
Ahhhhhhhh l’amour l’amour, quest que c’est l’amour.. Non ne ho idea, di sicuro non poteva essere quello..
Andrea poi non ne parliamo, è diventato una sorta di Humphrey Bogart de noi artri..!
L’ultima volta che ci siamo visti mi aveva detto di raggiungerlo in un locale alla moda e mi aveva specificato e pregato di vestirmi come si deve..
Quando sono arrivato l’ ho visto a un tavolino con una ragazza davvero splendida.
All’inizio pensavo che per stare al tavolo con lui lo facesse di mestiere, altrimenti non riuscivo a capacitarmi di cosa potesse inchiodarla a quella sedia.
Sono passato guardandolo di sfuggita e con un gesto d’intesa e uno sguardo tipo Marlon Brando dei tempi d’oro, mi ha indicato il tavolino dietro di loro. A quel punto ho capito perché lei stesse seduta: si divertiva come una matta senza darglielo a vedere!
Il povero Andrea infatti, pensando evidentemente di essere in un film, continuava a pronunciare frasi del tipo : “Sei perfetta nella circostanza”, “tutta la tua semplicità non può essere solo apparenza”, “sei un riassunto perfetto di tacchi e di occhi”.. Avrei voluto alzarmi e ribadire: “Andrea, ma vaffanculo dai, torna chierichetto che eri meglio..!”, però era troppo divertente, non ho proferito verbo..!
Sorseggiavo divertito il mio mirto (7 euro), quando ovviamente lei ha ricevuto una telefonata e scusandosi ha detto di dover andare.
Ci ha messo dieci minuti ad alzarsi perché il cretino la tratteneva per un braccio dicendole, anzi, sbiascicando per il quarto gin tonic della serata, che sapeva di piacerle.. Quando infine lei è riuscita a staccarsi da quello schifo d’uomo, Andrea è tornato Humphrey Bogart e fissandola negli occhi, come se fosse sicuro che il destino li avrebbe riuniti in futuro, le ha detto: “Beh piccola, vorrà dire che mi ricorderò questo sorriso”.
Al che sono scoppiato a ridere nello stesso momento in cui l’ha fatto lei, per poi iniziare la serata con lui (che ormai dura due ore al massimo perché poi è troppo ubriaco).
Insomma, ribadisco, quest que c’est l’amour? Speriamo non quella roba lì!
Tutte le parole, le poesie, con le quali i grandi scrittori e poeti hanno provato a farci assaggiare, tastare per un attimo per poi tornare alla realtà, l’immensità dell’amore..Beh..Non si può certo riassumere in questa storiella divertente quanto terribile per certi aspetti.. Claudia non fa più pompini per lo shock e Andrea pensa di vivere in un film e si fa di tutto preso dal successo..
Nonostante tutto sai, mi piace pensare ad una ragazza in grado di superare periodi difficili della vita concentrandosi su di se. Non è il caso di Claudia perché, è vero che ci ha messo un week end, ma non ha fatto altro che reprimere quel dolore con un figaccione trovato per caso in discoteca che la scopa meglio di Andrea, perché questa è la verità. Arriverà il tempo in cui Claudia dovrà ascoltare quel dolore, quell’iceberg la cui puntina finale è Andrea e la sua (ormai ex) migliore amica.
Ognuno di noi ha quel dolore, quello di cui ti parlavo anche all’inizio; la differenza sta nella consapevolezza che questo ci sia o meno.

A me l’ha fatto scoprire una ragazza, una ragazza che è stata male per tanto tempo, è finita anche in ospedale perché da sola in quel periodo non ce l’avrebbe fatta.
Era entrata in un vortice dal quale non riusciva ad uscire, come un marinaio che, in preda ad una tempesta, non trova nemmeno la forza di nuotare per salvarsi la vita perché ormai non ne ha più voglia.
Questa ragazza prima è stata presa per i capelli e tratta in salvo, poi però ha dovuto combattere il periodo peggiore, quello in cui ti rendi conto che così non si può andare avanti ma fatichi a trovare la forza per alzarti la mattina.
E allora ecco i tanti piccoli obbiettivi: la famiglia, l’università, gli amici, gli hobbies. Finché non ha compreso che queste cose per lei non erano altro che il figaccione che Claudia aveva trovato quel famoso week end, ovvero un pretesto per reprimere ciò che non voleva sentire.
Così ha iniziato ad ascoltarsi, ad ascoltare il proprio corpo e a smettere di ascoltare solamente la propria mente, quella vocina che rompe i coglioni da quando apriamo gli occhi a quando ci addormentiamo.
Ecco la soluzione: sentire il proprio cuore, sentire di essere. E basta.
Tutte queste cose le ho scoperte l’unica sera che ho avuto il piacere di condividere un po’ di tempo con lei.. non so nemmeno come si chiami ora che ci ripenso, ma non è importante.
Eravamo a casa di amici in comune e io ero un po’ stressato per l’università, il lavoro, il mio futuro, il mio passato e continuavo a parlarle di me, delle mie cose, e perché qui e perché là.. Lei ascoltava in silenzio, finché il suo silenzio non ha creato uno spazio tra me e il me che continuava a voler raccontare le proprie cose.. Abbiamo sorriso per quella presa di coscienza e, in un clima completamente differente, lei ha iniziato a parlarmi.
Dopo avermi raccontato la sua esperienza, con quel sorriso libero da ansie, passato e futuro, mi ha detto che l’unica cosa che conta per lei è stare qui, nell’ adesso.

Ci ho dormito sopra e mi sono reso conto che notarlo non è difficile, anzi, basta osservarsi nel quotidiano..
Poco tempo fa mi è capitato di ascoltare Marco che aveva bisogno in una domenica di pioggia di raccontarsi, sfogarsi.(ecco, io cerco di dare meno consigli possibili per evitare la figura di Andrea!)
Sono stato però tutto il pomeriggio ad ascoltarlo, il fulcro del discorso era Simona, la sua ragazza (tu non l’hai conosciuta perché eri già partita quando si sono messi insieme). Diceva di amarla profondamente e ha sottolineato più volte i pregi di quella ragazza, senza nasconderne i difetti ma anzi parlandone con grande naturalezza e semplicità, quasi gli piacessero anche quelli perché caratterizzavano la “sua”Simona.
Aveva dei momenti però in cui il suo sguardo cambiava completamente e i suoi occhi rivelavano una grande insicurezza, quasi come se dalla pace più totale si trovasse di colpo sul ciglio di un burrone. Sai questi momenti quando si verificavano? Quando Marco mi parlava del futuro con Simona.
Gli eventuali figli, il matrimonio, la casa, il mutuo, e poi con il lavoro come avrebbero fatto?
Era come se pensare a cosa il domani avesse riservato loro lo proiettasse in una dimensione, in un filmino mentale, in cui la sua vita diventava un vortice infernale che senza scampo lo avrebbe piano piano trascinato nell’infelicità.
Alla mia domanda se stesse bene adesso, senza pensare al futuro, la sua risposta era decisa, senza alcun dubbio a riguardo: “Sto benissimo”.
Del resto questa è la nostra età, in ogni senso; età intesa come anni vissuti ed età intesa come epoca nella quale viviamo.
E’ un’età difficile; è un’età in cui se vai in discoteca con tre amici, quando devi entrare il buttafuori ti chiede quante “tipe” hai.. E nessuna.. Siamo qua per trovarle le “tipe”! E poi se avessi una ragazza non verrei in discoteca, è il motivo per cui dopo un po’ torno a non avere una ragazza!
Un’età in cui un ragazzo che hai appena conosciuto ti sembra amico da sempre, mentre in più occasioni fatichi a riconoscere quello che hai sempre considerato il tuo più caro amico.
E’ l’età dei “lei non ti merita, fattene una ragione, ormai è andata.. Pensa agli amici, alle fighe, alla libertà che avrai d’ora in poi”… L’età in cui si cercano le catene quando si è liberi e la libertà quando si è incatenati,
perché in fondo è un’età in cui liberi per davvero non lo si è mai.
E’ l’età in cui se sei nella zona sbagliata paghi panino e birra 12 euro, caffè 1 euro e 50 e se dai 50 centesimi a un ragazzo che fa la carità te li ritira in macchina offeso; è l’età degli obbiettivi, come ti ho già detto, che aiutano a tirare avanti grazie ad un compromesso che, una volta iniziato, rischia di durare tutta la vita.
Siamo in un’età in cui non contiamo nulla, ma soprattutto in un’età in cui se poi un giorno dovessimo arrivare a contare qualcosa per i canoni della società, ci dimenticheremmo in un attimo dei vecchi tempi e saremmo tra coloro che alimentano il circolo vizioso;
un’età in cui non possiamo soffrire perché c’è sempre qualcuno che sta peggio.. Questa follia del mondo che asciuga le nostre lacrime e se non ci pensa lei lo dobbiamo fare noi perché come possiamo piangere, noi?
L’età in cui ti vendono macchine che vanno a 360 Km/h e poi ti dicono che il limite è 130; un’età in cui, come ha già concettualmente espresso Marina Borruso (l’avevi letto il suo libro?), sarebbe bello “essere nel mondo” e non “essere del mondo”.
Un’età in cui ci sono carte igieniche che costano cinque volte tanto rispetto ad altre, dove in un solo posto trovi parcheggi, carrelli, barboni, ricconi, incazzati, entusiasti (pochi), simpatici, antipatici, banconi, frigoriferi, saldi, occasioni eccezionali, inculate colossali, idee surgelate, buoni sconto per cinema se spendi 100 euro, polli arrosto e polli da spennare, pantofole, mozzarelle, uva, frullatori e mangimi per animali; l’età del progresso: oggi se vuoi fai la spesa da casa e qualcuno te la porta. Tra 20 anni te la mangeranno anche con 10 euro in più!
E’ l’età del penso, quindi sono..
E’ incredibile, non è vero! Noi siamo prima del pensiero, questa è la chiave;
questo assioma sbagliato è uno dei motivi per cui molti pensano che la nostra sia un’età schifosa!
Se mai ti capitasse di chiedere a tuo figlio a cosa stia pensando e lui per caso dovesse rispondere a niente, ti prego, non fare l’errore di ribattere che sia impossibile. E’ possibile eccome!
E’ l’età delle grandi promesse e delle belle parole di conforto che quasi mai vengono rispettate e ci lasciano in balia del passato con i nostri fantasmi o in attesa del giorno in cui le cose andranno meglio, del nostro Godot quotidiano. La sola differenza rispetto all’opera teatrale è che siamo soli ad attendere, soli con il nostro dolore, e questo è un bene perché può succedere a noi quello che è successo alla ragazza di cui non ricordo il nome, quella che da sola ha toccato il fondo e ha compreso che ciò che davvero conta è qui e adesso.
Servono altri Samuel Beckett che ci aprano gli occhi, che ci aiutino a vedere che la perenne attesa ci rende personaggi ridicoli perché Godot, semplicemente, è dentro di noi ma non lo riusciamo a cogliere.
E’ la nostra età insomma, nel bene e nel male.
Camminiamo insieme, senza pensare se sia brutta o bella, senza giudicare e giudicarci, perché tanto la nostra età è quello che è, basta dire si all’ adesso.
Sentivo il bisogno di scriverti e raccontarti. Non sapevo cosa inizialmente, ma ora sto meglio.
Pensieri che girano e si trasformano di giorno in giorno da anni, esperienze vissute con le persone incontrate nel mio cammino, musica ascoltata, libri letti, amici e nemici, momenti bui e di assoluta felicità..
La mia età insomma, che in qualche modo, sono sicuro, assomiglia alla tua.

Martino.

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